Le chiese cristiane e la salvaguardia del creato: Introduzione

 

 

 

 

Voci diverse per un intento comune

Fede e salvaguardia dell’ambiente

Maria Emanuela Tabaglio

Da molti anni ormai le chiese manifestano un acceso interesse per le sorti del pianeta, per la tutela dell’ambiente, per la salvaguardia delle risorse naturali e il debellamento della povertà, fenomeno che va di pari passo con le problematiche ambientali. Quindi non è una novità la convinzione che una fede cristiana non possa essere disgiunta dalla questione ecologica. Già Papa Paolo VI anni ‘70 pubblica una Lettera apostolica a questo proposito1, ed anche il Patriarca Bartolomeo prende la parola per difendere l’ambiente, e la Chiesa Luterana dal canto suo non è da meno; infine cito l’enciclica di papa Francesco i cui toni accorati e la lucida analisi rendono conto dell’urgenza che questo tema riveste per la Chiesa odierna.

Tante sono le risorse che rischiano di estinguersi per sprechi e per il mancato rispetto dei tempi naturali di rigenerazione, o per un consumo dissennato e miope delle risorse, ma ve ne sono due che, in tempi così inquieti dal punto di vista politico, economico e sociale, possono fare la differenza, giocando un ruolo di primaria importanza per la tutela dell’ambiente e per il debellamento della povertà, temi che come emerge dall’enciclica non possono essere disgiunti.

La prima è il dialogo. Il dialogo interreligioso, il dialogo politico, il dialogo generazionale.

La seconda risorsa è la freschezza, la viriditas comunicativa avrebbe detto Ildegarda di Bingen.

1. L’intento è quindi dialogare e confrontarci non tanto su ciò che divide, ma su “cosa possiamo fare insieme”, dato che siamo sulla stessa barca. E’ questa una metafora molto abusata, che però uso volutamente in quanto mi pare estremamente attuale, e pertinente al tema: le cronache quotidiane ci informano sulla disperazione di coloro che sono vittime di guerre e miserie, e queste guerre e miserie sono in definitiva il risultato del cinismo e dell’indifferenza con cui una parte del mondo affronta la gestione delle risorse, il loro sfruttamento, la loro ripartizione e la loro distribuzione. Tanto per fare un esempio, un documento dell’ Onu prevede che nel giro di 20 / 40 anni saranno 250 milioni i profughi “climatici”, ossia popolazioni intere costrette a lasciare le loro terre a causa di condizioni climatiche avverse a tal punto da rendere impossibile la sopravvivenza, a cui si aggiungeranno quelli in fuga da guerre e dittature. E’ davvero necessario confrontarsi ed agire al più presto!

Ma il dialogo ha bisogno di uno strumento affidabile, ossia di un linguaggio efficace. Io ho l’impressione che più il pericolo aumenta e più il linguaggio si implastichisca nel tentativo di denunciare la gravità della situazione. Le Plastikwörter di cui parla Uwe Pörksen sono parole a tal punto abusate da aver perso qualsiasi significato, qualsiasi forza evocativa ed emotiva, sono la sostanza retorica di gran parte dei discorsi politici ed economici dei giorni nostri. Se ripensiamo ai discorsi delle maggior parte dei politici o degli economisti ci rendiamo subito conto di quanto il politicamente corretto sia diventato una retorica dell’ovvio. E anche riguardo al tema che trattiamo questa sera mi pare evidente l’affermazione - specie nel campo della politica interna e internazionale - di un linguaggio di questo genere, un gergo paraecologista in grado di offrire, nelle situazioni anche più drammatiche, il prêt a porter del politicamente corretto. In breve: sembra quasi che dire la cosa giusta possa costituire il miglior viatico per poter poi operare arbitrariamente per fini privati o politicamente scorretti e non dichiarati. O per lo meno questo è il rischio che stiamo correndo. Porto l’esempio di Brescia. Tutti ci ricordiamo del successo strepitoso del referendum sull’acqua pubblica. Non solo vinse il referendum, ma si crearono una serie di comitati per l’acqua che raccoglievano persone dei più disparati orientamenti politici, di tutte le estrazioni, di tutte le culture, e tutti erano accumunati da questo obiettivo, rendere l’acqua un bene pubblico e sottrarlo alla gestione privata. Si trattò di un’esperienza unica nel suo genere, esaltante per l’unità e la compattezza, ed i numeri costrinsero i politici a fare i conti con questa volontà così contraria ai loro progetti. Ebbene, proprio in questi giorni l’Amministrazione comunale di Brescia, quasi in sordina, ha firmato l’accordo per la gestione dell’acqua, accordo che prevede una consistente presenza privata, mentre solo una piccola quota viene affidata alla gestione pubblica. Una voluta violazione della volontà popolare, una calcolata indifferenza alle istanze espresse dalla maggioranza della popolazione, nonostante i proclami e le assicurazioni che fecero seguito all’esito referendale. Parole di plastica, appunto.

2. Dialogo quindi, ma anche comunicazione, una nuova forma di comunicazione. Per me che ho studiato la musica e l’opera di Hildegard von Bingen non viene difficile immaginare ponti e punti d’incontro. Della necessità di un dialogo costante ed aperto Ildegarda è una fervente sostenitrice, tanto che invita i rabbini del proprio tempo a dialogare con lei, durante i disordini antisemiti, anche per evitare che si ripetano gli orrori dei pogrom della prima crociata nell’area renana. E inoltre sempre questa mistica parla di viriditas, la formidabile forza scaturita dalla volontà creatrice di Dio, una forza ed un antidoto messo a disposizione da Dio per fronteggiare tutti i mali e tutte le malattie del Creato. Una Chiesa ecumenica in grado di comunicare questa forza, in grado di farsi interprete di questa forza, potrebbe fare grandi passi avanti nella soluzione dei problemi di cui parliamo. Dato che la viriditas non rimanda solo alla forza generatrice della natura, ma anche alla gioviale e festevole potenza rinnovatrice della stessa.

Del resto la questione della potenzialità comunicativa delle chiese è al giorno d’oggi tema di grande interesse, perché da ciò dipende la possibilità di mettere in atto strategie più efficaci sia per le iniziative a tutela dell’ambiente, sia nel dialogo con i politici a livello locale, nazionale e internazionale, superando la retorica dei discorsi a tutto vantaggio dell’impegno responsabile.

Queste due risorse quindi, il dialogo e la comunicazione, vanno sviluppate, vanno specialmente coltivate e affinate, perché dal mio modesto punto di vista consentono di raggiungere obiettivi preziosi. E se una serata come questa è un bellissimo esempio di ciò che si può concretamente fare nell’ambito del dialogo, vorrei leggere, a proposito della viriditas della comunicazione, un passaggio tratto da Enzo Pace, Raccontare Dio. La religione come comunicazione, Bologna, il Mulino, 2008, per esemplificare il ruolo che la Chiesa – le Chiese - dovrebbero ambire a svolgere.

Nel caso polacco, la Chiesa era all’opposizione e interpretava attraverso il linguaggio religioso bisogni e speranze di liberazione sociale e politica di milioni di persone, che non necessariamente erano tutti cattolici o coerenti credenti e praticanti. Quando tra il 1979 e il 1985 si visitava la Polonia, non era infrequente incontrare atei cattolici e devoti, come venivano definiti, che si battevano contro il regime e che guardavano alla chiesa cattolica come l’unico soggetto morale capace di contrastare il potere dominante. La religione, nella fase iniziale della rivoluzione polacca, lascia immaginare un’altra società, diventa un modello collettivo per parlare di un altro possibile modello sociale ed economico; di più, inventa giorno per giorno un presente che non c’è ancora. Ciò che colpiva allora, ad esempio, […] era il silenzio che calava nelle strade sul far della sera, silenzio che veniva all’improvviso rotto dall’uscita di masse enormi dalle chiese, alla fine della messa. Non si trattava solo di una spontanea confusione che di solito si crea quando dalle porte di una chiesa escono molte persone e si salutano, […]. Avveniva, infatti, che la spontaneità si trasformasse ben presto in un vero e proprio corteo organizzato, con tanto di bandiere nazionali e slogan contro il regime al potere. Ciò accadeva sempre più spesso, man mano che, da un lato, i polacchi si convincevano di poter cambiare il corso della loro storia, e, dall’altro, le risposte del regime politico divenivano più repressive. L’organizzazione era persino “ironica”: non appena veniva avvistata la polizia, il corteo dei fedeli che uscivano da messa e che si era nel frattempo trasformato in una marcia di protesta, si scioglieva rapidamente e a piccoli gruppi in silenzio ci si distribuiva attorno ai pali delle fermate degli autobus e dei tram, facendo finta di attenderne uno. […]. Essere ironici di fronte ad un poliziotto non è semplice; nel caso polacco lo si può spiegare in due modi: la certezza della moltitudine e la certezza della fede. Ogni individuo era convinto di non essere solo, ma di poter contare su una solidarietà ampia, diffusa e rassicurante; e, ogni individuo – che fosse credente o meno nel proprio intimo – era consapevole di avere le parole adeguate per opporsi al regime. Assieme a tanti altri come lui, egli comprendeva la forza della religione in quella precisa situazione storica. Non è un caso che il movimento collettivo, che alla fine convoglia tutte le forze di opposizione (siano1 esse laiche o cattoliche, postmarxiste o di sinistra riformista, ebrei e ortodossi), si chiamerà Solidarnosc e che un peso notevole abbia avuto la figura carismatica di un papa polacco come quella di Giovanni Paolo II.

Non parole di plastica quindi, non parole vuote, ma parole in grado di muovere le coscienze, parole come premessa all’azione consapevole, collettiva e rigenerativa.

Brescia, 20 ottobre 2015

1Parto proprio da Paolo VI perché è un mio compaesano, si tratta quindi di una scelta campanilista, ma sono diversi gli uomini di Chiesa che si sono espressi sulla questione della salvaguardia dell’ambiente.