Etica: L'Etica dell'umiltà

Questo testo è una bozza per sommi capi della relazione.
Non include pertanto tutto quanto argomentato.

Conferenza
L'Etica perché l'oggi possa avere un domani

Elisa Grimi

L'etica dell'umiltà

Maguzzano 21.03.2015

L'umiltà è un tema che non è semplice da trattarsi. Non lo si può fare a partire da uno status che si vorrebbe raggiungere, già nell'intenzione infatti si farebbe peccato di presunzione. Se si guarda alla storia della cultura sorprende però che le definizioni di umiltà sono andate variando. La concezione di umiltà che si aveva nell'antichità non fu certo quella che si è ebbe poi in epoca medioevale, moderna o contemporanea. Partirò dunque da qui tentando di invitare il lettore a cogliere quale la ragione di tale cambiamento di prospettiva. Prima di addentrarci in questo excursus storico, delineerò una sintetica indagine lessicografica, di aiuto spero a inquadrare il problema.

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Come riferimento utilizzo la preziosa trattazione di Patrizio Rota Scalabrini contenuta nel testo L'umiltà cristiana1.

In italiano come nelle lingue neolatine, il termine umiltà deriva dal latino humilitas, che esprime l'idea di qualcosa di poco elevato, in quanto vicino all'humus. In ciò si avvicina al sema principale di uno dei due termini fondamentali con cui il greco del Nuovo testamento indica l'umiltà: tapeinós e derivati. Accanto a questo gruppo lessicale è opportuno menzionare anche quello legato a praýs. Oltre a questi due gruppi di vocaboli bisognerebbe segnalare anche quelli più attinenti al campo semantico della povertà, che talora assumono pure sfumature vicine all'idea di umiltà; vanno segnalati in particolare ptōchos [mendicante] e penēs [povero] e i termini delle medesime radici.

Tapeinós (e derivati) [misero] assume di volta in volta la sfumatura di basso, misero, apprezzato come qualità intrinseca ad un atteggiamento di fede, che riconosce nella debolezza di Cristo la manifestazione paradossale della potenza di Dio e il giudizio divino sui potenti e i superbi.

Il campo semantico praýs appare maggiormente prossimo alla nostra classe lessicale di 'mitezza', con la sfumatura del concetto di dolcezza (Ef 4,2ss; Col 3,12ss; 2Tm 2,25; Tt 3,2). Tale concetto può essere reso anche con 'umiltà', quando è inteso con 'rinuncia alla violenza' e anche come 'fiducia sorretta dalla fede nel Signore'. Il tratto dell'umiltà implicito nella classe lessicale di praýs vede dunque cozzare questo concetto di virtù dell'umiltà, contro quello che è invece l'ideale greco, che associa l'idea di virtù a quella di dominio. Nel Nuovo Testamento, in particolare, esso si carica di una valenza cristologica, poiché indica anzitutto la debolezza-mitezza del Cristo che funge da norma-modello etico per i credenti.

In ogni caso, nel Nuovo Testamento questo concetto appare per lo più in contesti parenetici (cioè esortativi) e, ancor prima di caratterizzare praýtês è il coraggio del servizio a favore degli uomini, con la rinuncia alla violenza e la fiducia nel Signore.

Analizzando il termine 'umiltà', che nella sua etimologia designa di per sé ciò che è basso, misero, povero – da sottolineare il legame implicito che già nell'etimo la parola instaura con la nozione di povertà –, guardandolo all'interno della storia della cultura vi sono stati periodi storici in cui l'umiltà ha avuto una accezione pienamente positiva, altri invece, al contrario, pienamente negativa. A che cosa si deve tale cambiamento? Alla concezione di uomo che in tali e talaltri periodi storici si è andata assumendo. Prima di comparare queste concezioni dell'umiltà, è molto interessante richiamare la lettura che D.J. McCarthy offre dei seguenti passi del Deuteronomio:

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore... Il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione servile; questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz'acqua; che ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire” ( Dt 8, 2-6)

Perché il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile: paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paesi di ulivi, di olio e di miele; paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame”. ( Dt 8, 7-9)

McCarthy in Treaty and Covenant. A Study in Form in the Ancient Oriental Documents and in the Old Testament2, definisce questo passo noto come la lezione del deserto, “il sermone dell'essere umili”. Quanto emerge dalla lettura di questo passo è l'eccedenza della grazia divina. L'uomo provato dalla sua storia, non cessa di avere fiducia nella promessa di Dio e seppur stremato cammina: arriva a conoscere cose che nessuno aveva prima conosciuto, ad assaporare cibi dall'esistenza inimmaginabile, a vedere l'impossibile in atto. Era impensabile l'esistenza della manna nel deserto, non si era mai visto che dell'acqua potesse sgorgare da una roccia durissima. L'umiltà, se ne evince, è la condizione per l'avverarsi della promessa di Dio, incommensurabilità del dono di Dio. L'accento tuttavia qui è posto non tanto sull'umiltà, quanto sulle cose sperate. Commenta questo passo Rota Scalabrini come il dono della manna costituisca una pedagogia dell'umiltà, che a sua volta è una pedagogia della speranza nelle cose grandi, quelle che solo Dio può dare.

Se in epoca medioevale, dove era presente una concezione dell'uomo unitaria, l'umiltà ha avuto una accezione positiva, tale positività è andata perdendosi nella modernità e ancor più maggiormente durante la contemporaneità. In tale senso si osserva a premessa che la concezione dell'umiltà è legata indissolubilmente alla concezione dell'uomo propria del periodo storico.

Nel Petit traité des grandes vertus di André Comte-Sponville si ritrova la seguente affermazione:

 « L'umiltà è in questo, forse, la più religiosa delle virtù. Come si desidererebbe inginocchiarsi nelle chiese! Perché vietarselo? Parlo soltanto per me: il fatto è che dovrei immaginarmi che Dio mi ha creato, – e almeno di questa pretesa mi sono liberato. Siamo così poca cosa, così deboli (faibles), così miserabili (misérables)... L'umanità costituisce una creazione talmente irrisoria (dérisoire): come immaginarsi che un dio abbia voluto questo? È così che l'umiltà, nata dalla religione, può condurre all'ateismo. Credere in Dio, questo sarebbe un peccato d'orgoglio»3.

L'umiltà in questa prospettiva è quella caratteristica che rende l'uomo debole e miserabile. Dinnanzi a tale visione nichilistica diventa difficile affermare l'esistenza di un essere trascendente creatore: Dio come avrebbe potuto creare una realtà così “irrisoria”? Quasi per paradosso, stante alla trasformazione a cui è soggetta la concezione dell'uomo, l'umiltà diventa motivo per il rifiuto di Dio.

A conclusione mi piace però richiamare un testo di Ugo di San Vittore De arra animae. L'autore qui descrive un cuore in ricerca del vero amore, un cuore per l'appunto umile. Questa è una ricerca in cui il cuore acquista consapevolezza di sé, diventa più sé. È l'inizio del dono.

Ecco il valore dell'umiltà, la condizione per essere più sé stessi, per accogliere il dono e donare. Non a caso solo a quella Donna, madre per eccellenza, va il nome di Madonna dell'Umiltà. Non a caso questo fu un tema che divenne ricorrente nel XIV secolo – se ne trova raffigurazione in Donatello, Filippo Lippi, Masaccio, Gentile da Fabriano, Masolino da Panicale: gli ordini mendicanti volevano che la Madonna fosse raffigurata a livello delle persone semplici, a differenza della Maestà che la raffigura in trono. L'umiltà è la caratteristica che meglio esprime l'umanità.

1P. Rota Scalabrini, P. Sequeri, C. Stercal, L'umiltà cristiana, Glossa, Milano 2013.

2D.J. McCarthy, Treaty and Covenant, A Studyin Form in the Ancient OrientalDocumentsand in the OldTestament (AnBi 21 A), PIB Roma 1978(2), p. 163.

3A. Comte-Sponville, Petit traité des grandes vertus, PUF, Paris, p. 198; tr. it. di F. Bruno, Corbaccio, Milano 1996.