Etica: L'Etica dell'accoglienza

Etica dell'accoglienza

Placido Sgroi

Marzo 2015 SAE Maguzzano


Quando la nostra gentile ospite, la presidente del gruppo del SAE di Maguzzano (a cui vanno i più calorosi auguri per la sua attività, e soprattutto passione, ecumenica) mi ha proposto di trasformare il tema del mio intervento da “etica dell'ospitalità” ad “etica dell'accoglienza”, ho prontamente accettato, in modo un po' ingenuo, senza riflettere su
vincolo che tale proposta (involontariamente) conteneva. E il vincolo è dato dal fatto che cambiare il nome significa anche cambiare la cosa, se crediamo che il rapporto fra il nome e la cosa, come ci insegna ad esempio la kabbalà ebraica, non sia puramente convenzionale, ma nasconda l'essenza della cosa stessa. Sarò, quindi, costretto a differenziare l'accoglienza dall'ospitalità, per mantenere la promessa che ho fatto e ad elaborare qualche provvisoria linea di un'etica dell'accoglienza.

La prima questione, apparentemente solo grammaticale, di un'etica dell'accoglienza è data proprio dalla preposizione “della”; dove il “della” indica un complemento di specificazione denso di implicazioni: c'è l'accoglienza, che è una certa cosa, e di essa possiamo descrivere (forse anche prescrivere) un'etica, un modo di attuarla che sia corrispondente ai principi della vita morale, nonché, se c'è, all'essenza dell'accoglienza stessa. Sembra quasi che l'etica venga avanti solo dopo che l'accoglienza è stata preliminarmente definita. In un mio breve contributo sull'ospitalità ho invece preferito parlare di etica come ospitalità, indicando con questa espressione che la stessa vita morale si dà a comprendere (e a vedere) sulla cifra della capacità di accogliere (eccola!) l'altro, qualsiasi altro, in quanto essere del bisogno e di prendersi cura (altro termine chiave) di ciò che lo può promuovere nella sua propria identità (accenno solo al fatto che così facendo anche l'ospitante sperimenta un nuovo modo di essere e si trasforma, confermando il carattere di reciprocità dell'ospitalità): ma si potrebbe parlare, allo stesso modo di un'etica come accoglienza? Si potrebbe dire che l'accoglienza rappresenta il volto dell'etica? Definendo l'ospitalità mi accaduto di introdurre, era forse inevitabile, l'accoglienza, e questa introduzione mi dà la possibilità di proporre una prima definizione di accoglienza: l'accoglienza è la porta dell'ospitalità, quindi è anche la porta dell'etica.

Proviamo a spiegarci meglio e per farlo userò due esempi, uno tratto dell'etimologia, l'altro dall'ambito delle relazioni di aiuto.

Accogliere è un termine complesso, che risuona con raccogliere e cogliere, ma che contiene in sé una duplice preposizione se stiamo alla sua origine latina: ad – cum – legeEtica B A4 0re; ad – a, dice il movimento verso qualcosa, cum – con, il riunire insieme, che troviamo anche nel raccogliere. Ma ci può forse stupire che dentro l'accoglienza ci sia il legere – leggere. Legere, il verbo latino, è a sua volta imparentato con il verbo greco lègein. Lègein, che significa contemporaneamente parlare, dire, raccontare e anche raccogliere, accogliere, conservare ciò che viene detto e quindi ascoltare. Allo stesPlacido Sgroi marzo 201so tempo un movimento attivo (il
dire, che è sempre rivolto a qualcuno) e uno passivo (ascoltare è ricevere), ma due movimenti sono connessi in una reciprocità (cum) e orientati verso altro (ad). Un risultato non secondario dalla nostra breve analisi etimologica è quindi che l'accoglienza implica reciprocità, la reciprocità fra chi riceve e chi è ricevuto, ma una reciprocità che non si ferma in se stessa ma che è aperta ad altro, a qualcosa che va oltre. L'accoglienza non è che il momento preliminare di qualcosa che viene dopo, forse di qualcosa anche di più consistente.

Ma già qui notiamo che ci accoglie non è il protagonista assoluto della vicenda, non c'è ascolto senza dire, e viceversa, non c'è accoglienza se qualcuno non si muove, anche implicitamente, a chiederla, attraverso la manifestazione del suo bisogno. Nell'accoglienza attività e passività sono ben distribuite ed interagiscono continuamente, questa è la reciprocità.

A questo punto di possiamo rivolgere a quella particolare forma di relazione d'aiuto che è il counselling, per ricevere un ulteriore supporto alla nostra riflessione. Il counselling è un percorso dialogico che consente ad una persona che si trova in un momento di difficoltà transitoria o che deve affrontare una problema specifico di ricevere un supporto da parte del counsellor, una persona a sua volta formata, un supporto volto a potenziare in chi chiede aiuto la proprie specifiche capacità di reazione e soluzione dei problemi. Ora nel percorso del counselling è strategico il momento dell'accoglienza, un momento che non va lasciato alla spontaneità casuale dell'incontro, ma che prevede una precisa strutturazione, una organizzazione che ha lo scopo di consentire al cliente (così viene definito nel c. con un termine non felicissimo) di entrare nella relazione di aiuto con una crescente fiducia nel fatto che potrà essere compreso, aiutato e condotto verso la soluzione della difficoltà che lo hanno portato a chiedere la consulenza. L'accoglienza, però, al di là degli aspetti tecnico-comunicativi, che vanno dalla disposizione delle sedie alla postura del counsellor, e che implicano una specifica attenzione anche ai messaggi non verbali che il cliente invia, è prima di tutto un atteggiamento, un atteggiamento di svuotamento, da parte del counsellor, un superamento dell'attenzione a se stesso, ai propri problemi, per potersi aprire-concentrandosi a quello che il cliente vuole portare nella relazione. Accoglienza è disponibilità ad entrare in una relazione empatica, di decentramento, in cui parlare e ascoltare si fondono. Accoglienza è fare una spazio preliminare, che possa costituire l'inizio di una cura (non in senso terapeutico, quanto piuttosto di un “prendersi cura”) più profonda.

Questi due esempi, credo, ci mostrano tutta l'importanza, ma anche l'inevitabile limite, dell'accoglienza e ci guidano, quindi, ad elaborare la sua etica, che potremmo definire come un'etica della transizione.

L'accoglienza è importante, certamente, perché è la porta d'ingresso di qualsiasi relazione, il luogo in cui si manifesta la possibilità che essa accada, la condizione in cui si percepisce di andare oltre la condizione autoreferenziale in cui spesso gli esseri umani si pongono. Ma l'accoglienza, appunto, è una promessa, che si trasforma, permettetemi il gioco di parole, in una premessa, qualcosa che rinvia oltre se stessa, che vuole andare alla relazione effettiva, alla cura, all'ospitalità , per non restare un annuncio inesaudito. Non basta essere accoglienti se poi non si diventa ospitali, non basta l'accoglienza attenta se poi non si procede verso il potenziamento delle risorse di chi viene a chiedere aiuto. Ecco il senso di un'etica dell'accoglienza come etica della transizione: ciò che l'accoglienza raccoglie deve poi essere posto altrove, deve poter passare oltre, non fermarsi sulla porta, per così dire. Chi accoglie annuncia un'ulteriorità della relazione che deve, per ciò stesso, poi anche realizzare.

Proviamo, dopo questo lungo movimento antropologico, ad individuare un finale teologico (e possibilmente ecumenico): è sufficiente per le chiese essere accoglienti, se poi non sono capaci di diventare ospitali? Ma diventare ospitali significa trasformarsi per fare spazio all'ospite, mettere, sia pur provvisoriamente, al centro le sue esigenze (perché anche l'ospitalità non è destinatadurare per sempre e va quindi trascesa). Il modello cristologico ci è, anche in questo, esemplare: Dio non ha semplicemente accolto in Cristo l'umanità, si è incarnato, si è fuso indistricabilmente con essa, assumendo la condizione di essere umano e così, vivendo e patendo la nostra condizione, ci ha potuto salvare.

Filippesi 2: 5 I vostri rapporti reciproci siano
 fondati sul fatto che siete uniti a Cristo Gesù.
 6 Egli era come Dio
 ma non conservò gelosamente
 il suo essere uguale a Dio.
 7 Rinunziò a tutto:
 diventò come un servo,
 fu uomo tra gli uomini
 e fu considerato come uno di loro.
 8 Abbassò se stesso,
 fu obbediente fino alla morte,
 alla morte di croce.
 9 Perciò Dio lo ha innalzato
 sopra tutte le cose
 e gli ha dato il nome più grande.
 10 Perché in onore di Gesù,
 in cielo, in terra e sotto terra,
 ognuno pieghi le ginocchia,
 11 e per la gloria di Dio Padre
 ogni lingua proclami:
 Gesù Cristo è il Signore.

Vivere un'etica dell'accoglienza ci possa quindi aprire al mistero più grande, il mistero dell'altro che ci chiama a servirlo e il mistero dell'Altro che ci accoglie facendosi nostro
prossimo.