Dietrich Bonhoeffer

Maria Grazia Romizi

Libertà, a lungo ti cercammo nella disciplina, nell'azione e nella sofferenza.

Morendo, te riconosciamo ora nel volto di Dio.”

Dietrich Bonhoeffer – Alla ricerca di Dio, per diventare uomini

Bonhoeffer nacque nel 1906 a Breslavia, da una famiglia molto in vista dell'alta borghesia, con relazioni col mondo politico e culturale. Si laureò dottore in teologia all'età di 21 anni, con la tesi “Sanctorum Communio”. Per la sua formazione spirituale risultarono fondamentali i numerosi soggiorni all'estero: nel 1928 dette inizio alla sua attività di pastore in una parrocchia evangelica della colonia tedesca di Barcellona, nel 1930 si trasferì a New York, per specializzarsi all'Union Theological Seminary, qui poté frequentare le chiese della comunità afroamericana nel quartiere di Harlem. Nel suo viaggio di ritorno, nel 1931, si fermò a Bonn a conoscere personalmente K. Barth, che diventerà poi suo amico e compagno nel Kirchenkampf (lotta delle chiese), quindi nella formazione della “Chiesa Confessante”. Nel 1933, durante una trasmissione radiofonica, definì Hitler un possibile Verführer (seduttore), quindi si dovette allontanare dalla Germania,

bonhoefferandando in Inghilterra per seguire due comunità evangeliche tedesche; qui iniziò un rapporto epistolare con Gandhi; pacifista convinto, molti d’ora in poi, nei suoi scritti, saranno gli spunti per il futuro movimento ecumenico.

Dal suo ritorno in patria nel 1935, fino alla sua carcerazione, si pose al servizio della causa della “Chiesa Confessante”, che non accettava la sottomissione ad Hitler e al nazismo, cominciando con l'occuparsi della formazione dei nuovi pastori nel seminario clandestino di Finkenwalde, sul Baltico presso Stettino, in Pomerania, dove rimase fino al 1937. Da questa esperienza nasceranno libri indimenticabili come “Sequela” e “Vita comune”. In essi troviamo il Bonhoeffer cristiano, che propone il Discorso della Montagna di Mt.5-7 come documento e guida essenziale per la vita cristiana.

Che cosa è “Sequela”? In una lettera al fratello del 14 gennaio 1935 scrive: “una specie di nuovo monachesimo, che abbia in comune con l'antico solo l'assenza di compromessi di una vita secondo il discorso della montagna, nella sequela di Cristo. Credo che sia arrivato il tempo di raccogliere uomini per questo.” Così il 'Fratello Bonhoeffer' imposta una vita regolata da orari rigidi; la sua conoscenza del Cattolicesimo lo porta a rivalutare la confessione personale, la meditazione silenziosa e la preghiera in comune. Questa era la vita di Finkenwalde”. Fu Himmler a porvi fine: la dittatura si era consolidata, a D. Bonhoeffer venne tolta la facoltà di insegnare ed il seminario venne chiuso.

Il 2 giugno del 1939, con la guerra alle porte, D. Bonhoeffer venne invitato per una serie di conferenze oltre oceano, col fine di permettergli di sottrarsi alla sciagura definitiva, ma già il 13 luglio ritornava in patria. Egli scrive: "Ho commesso un errore nel venire in America. Non avrò il diritto di prendere parte alla ricostruzione della vita cristiana in Germania, dopo la guerra, se non parteciperò alla prove di questo tempo con il mio popolo. In Germania i cristiani dovranno affrontare la terribile alternativa di volere la fine della loro nazione perché sopravviva la civiltà cristiana, o di volere la vittoria della loro nazione e, conseguentemente, la distruzione della nostra civiltà. Io so quale di queste alternative devo scegliere, ma non posso fare questa scelta nella sicurezza." Al suo ritorno in Germania diventò sempre più attivo nella resistenza, fino a partecipare all’ organizzazione dell'attentato contro il Fürher. Il suo impegno lo portò in Norvegia (a prendere contatti con le potenze straniere in guerra per possibili garanzie a favore di una Germania libera e democratica, dopo l’eventuale resa, seguita alla morte di Hitler), in Svizzera, per far espatriare di nascosto gruppi di ebrei. Cominciò allora, anche per queste sue scelte radicali, un graduale distacco dalla Chiesa Confessante. Quando in carcere un detenuto italiano gli chiese come lui, cristiano e pastore, avesse potuto prendere parte ad un complotto che prevedeva anche lo spargimento di sangue, Bonhoeffer rispose: "Quando un pazzo, nella Kunfüsterdamm, lancia la sua auto sul marciapiede, io non posso, come pastore, contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Io devo, se mi trovo in quel posto, saltare e afferrare il conducente al suo volante."

Nelle sue meditazioni sul dovere di intervenire nel presente, B. è giunto alla conclusione che Gesù non propone all’uomo l’adesione passiva ad una legge assoluta, ma la libertà: una libertà autorevole, che Egli chiama “volontà di Dio”. Al cristiano dunque non resta che la sequela di Cristo alla luce del discernimento: solo nello spazio determinato da Gesù è possibile cogliere la voce di Dio. Nell’ambito di questo spazio liberato da Cristo si presenta dunque la questione della responsabilità, cioè la questione della risposta: “Non si tratta di realizzare un bene assoluto, ci si contenterà di preferire un meglio relativo ad un peggio relativo” naturalmente non deciso nella solitudine, ma nella comunione con Gesù Cristo. E tutto ciò non toglie, a chi agisce, il rischio, l’incertezza se si abbia o no colto nel segno, poiché la scelta resta politica.  

Nell’inverno tra il 1940 e il 41, nella pace dell’abbazia benedettina di Ettal, sulle Alpi bavaresi, cercò di dare una struttura più organica a queste riflessioni, scrivendo buona parte delle pagine sofferte dell’“Etica”, saggio sulle realtà ultime e penultime, sull’etica della responsabilità, sui mandati (famiglia, chiesa, stato, cultura), non concluso a causa dell’arresto e della morte, non del tutto omogeneo nei due linguaggi che lo tessono, per questo aperto a ulteriori contributi (uno tra questi è stata la “teologia della Liberazione” sudamericana). Tutto il 1942 è dominato dalle riflessioni su resistenza e sottomissione.

Poco prima del suo arresto, nel novembre del 1942, avvenne per Bonhoeffer un evento che lo avrebbe segnato per il tempo della sua vita reclusa: l'incontro ed il fidanzamento con Maria Von Wedemeyer. Questo evento darà il via alle sue riflessioni su sehnsucht e amore terrestre. Un capitolo della sua Etica si intitola proprio Ultimo e penultimo, dove per ultimo si intende la vita ultraterrena come fine assoluto, per penultimo si intende la vita terrena, che la precede, intesa come terrestrità, fedeltà alla terra, apprezzamento dei beni terreni.   Quando dal carcere scrive: “Gesù rivendica per sé e per il regno di Dio la vita umana tutta intera in tutte le sue manifestazioni” a questa visione piena della vita umana non è certo estraneo l’amore profondo che ora D. prova per Maria, pienamente ricambiato: amare significa dire sì ad una persona, un sì gratuito (cioè che non pretende nulla in cambio) e un sì libero, quello che più somiglia, nell’esperienza umana, al sì di Dio per l’uomo. Scrive infatti dal carcere: “Dio e la sua eternità vogliono essere amati con tutto il cuore; non in modo che ne risulti compromesso o indebolito l'amore terreno; anche nella Bibbia c'è infatti il Cantico dei Cantici, e non si può veramente pensare amore più caldo, più sensuale, ardente di quello di cui esso ci parla; è davvero una bella cosa che appartenga alla Bibbia, alla faccia di tutti coloro per i quali lo specifico cristiano consisterebbe nella moderazione delle passioni (dove esiste mai una tale moderazione nell'Antico Testamento?) Solo quando ci troviamo in questa polifonia la vita è totale." E il 18 dicembre 43 scrive: "Se a Dio piace colmarci di felicità terrestre o sconvolgente, non siamo più pii di Dio stesso! …Dio farà in modo che… non manchino ore che ricordino che tutto il terrestre è provvisorio." C’è un tempo per tutto!

Fu arrestato il 5 aprile del 1943, con lui molti della sua cerchia sociale e dei suoi familiari; la famiglia Bonhoeffer pagherà un tributo molto caro al tentativo di reimpostare una nuova Germania. Sulla sua scrivania lasciò una striscia di carta su cui si legge: esserci per questo mondo. Finché l'accusa fu di disfattismo e la sua reclusione si consumò nel più blando carcere berlinese di Tegel, Bonhoeffer, anche per rispetto della sua famiglia, godette di una certa possibilità di contatto con l'esterno. Proprio di quel periodo sono lettere fondamentali, che, dopo la sua morte, furono raccolte nel libro “Resistenza e resa”: alcune sono dedicate alla critica che Bonhoeffer rivolge dalla cella alla sua esperienza di Finkenwalde: “Mi ricordo di un colloquio che ho avuto 13 anni fa in America con un giovane pastore francese. C'eravamo posti molto semplicemente la domanda di che cosa volessimo effettivamente fare della nostra vita. Egli disse: “Vorrei diventare un santo”; la cosa a quel tempo mi fece una forte impressione. Tuttavia lo contrastai, e risposi: “Io vorrei imparare a credere”. Per molto tempo non ho capito la profondità di questa contrapposizione. Pensavo di poter imparare a credere tentando di condurre io stesso qualcosa di simile ad una vita santa. Come conclusione di questa strada scrissi (Nachfolge) Sequela. Più tardi ho appreso, e continuo ad apprenderlo anche ora, che si impara a credere solo nel pieno essere al di qua della vita. Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi (un santo, un peccatore pentito o un uomo di chiesa, un giusto o un ingiusto, un malato o un sano) e questo io chiamo essere al di qua, cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità, allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metanoia e così si diventa uomini, si diventa cristiani (cfr. Geremia 45). Perché dovremmo diventare spavaldi per i successi, o perdere la testa per gli insuccessi, quando nell'aldiquà della vita partecipiamo alla sofferenza di Dio?”

Quali sono allora i pericoli di Sequela? L'esperienza di Finkenwalde era la ricerca di Dio fuori dal mondo: una vita santa è dei santi, non dell'uomo comune. Ma che possibilità rimane al cristiano comune, all'uomo della strada, a quel padre di famiglia che vuole vivere come seguace di Cristo ed imparare a credere? All'uomo comune occorre salvarsi vivendo una "vita comune". Qui sta la verità e la novità dell'ultimo periodo bonhoefferiano, il 1944, dominato dall’interpretazione non religiosa delle realtà bibliche-cristiane: la risoluzione dell’ “essere di Cristo” “nell’essere per l’altro”, la secolarizzazione: imparare a credere lo si può solo nel completo aldiquà della vita, solo nell' accettazione delle sofferenze di Dio nel mondo. La sua proposta dal carcere è quella che vede come soluzione alla sua domanda fondamentale "Come si impara a credere?" la piccola variazione che troviamo in quel biglietto lasciato sulla scrivania al momento del suo arresto: non solo “essere nel mondo” ma "essere per il mondo" come base per un'etica della responsabilità, che è come dire: l’essere di Cristo come essere per l’altro, cioè come liberazione della storia.

Cristo e il mondo adulto: la questione, trattata nell’“Etica”, ma che si esprime in pienezza nelle lettere, a partire da quella del 30 aprile 1944, (all'amico Bethge) è: "Stiamo andando incontro ad un tempo completamente non-religioso; gli uomini, così come ormai sono, semplicemente non possono più essere religiosi. Il Cristianesimo è stato sempre una forma, (forse la vera forma) della 'religione'. Ma se un giorno diventa chiaro che si è trattato di una forma di espressione umana, storicamente condizionata e caduca, che cosa significa allora tutto questo per il cristianesimo? Come può Cristo diventare il Signore anche dei non religiosi?” E ancora: "Le persone religiose parlano di Dio quando la conoscenza umana è arrivata alla fine o quando le forze umane vengono a mancare e, in effetti, quello che chiamano in campo è sempre il deus ex machina, come soluzione a problemi insolubili, oppure come forza davanti al fallimento umano; sempre dunque sfruttando la debolezza umana o di fronte ai limiti umani; questo inevitabilmente riesce sempre e soltanto finché gli uomini, con le loro forze, non spingono i limiti un po' più avanti, e il Dio inteso come deus ex machina non diventa superfluo; mi sembra sempre come se volessimo soltanto timorosamente salvare un po' di spazio per Dio. Io vorrei parlare di Dio non nei limiti, ma al centro, non nella debolezza, ma nella forza, non in relazione alla morte o alla colpa, ma alla vita e nel bene dell’uomo. Dio non è un “tappa buchi” nei confronti delle incompletezze delle nostre conoscenze. Dobbiamo trovare Dio in ciò che conosciamo, Dio deve essere conosciuto al centro della vita. Gesù rivendica per sé e per il regno di Dio la vita umana tutta intera in tutte le sue manifestazioni.”  Che cosa contesta Bonhoeffer all'attuale Cristianesimo? "Contro questa sicurezza di sé dell’uomo contemporaneo l'apologetica cristiana è scesa in campo con diverse forme. Si cerca di dimostrare al mondo divenuto adulto che non può vivere senza il tutore Dio. Restano le questioni ultime, la morte, la colpa, cui solo Dio può dare una risposta, e per le quali c'è bisogno di Dio, della chiesa e del pastore. Ma che cosa accadrà quando esse un giorno non esisteranno più come tali, ovvero quando anche esse troveranno risposta senza Dio?”  

E' ovvio che questo prendere parte per il mondo adulto non significa considerare in tutto e per tutto la modernità come un bene assoluto. "Uomo semplicemente, è il cristiano, come Gesù. Non il piatto e banale essere di questo mondo degli illuminati, degli indifferenti, o dei lascivi, ma il profondo esser di questo mondo, che è pieno di disciplina e in cui la conoscenza della morte e della resurrezione è in ogni momento presente.” L'uomo moderno è poi adulto anche in un secondo senso: l'uomo che vuole raggiungere la pienezza del suo essere non può rimanere sottomesso ad una legge che senta a lui estranea o peggio costrittiva. Del resto il conflitto tra Cristo e i farisei è da vedere come il conflitto tra libertà e soggezione alla legge. Nell’ambito di questo spazio liberato da Cristo si pone l’etica della responsabilità. Va però ricordato anche che, accanto all’etica della responsabilità, B. propone l’etica dei mandati (famiglia, chiesa, stato, cultura) cioè sembra proporre ancora dei criteri di valore a cui ancorare le proprie libere scelte.

La colpa originaria consiste quindi nel voler conoscere da soli, senza il criterio di Dio Padre. Ora, dato che il Dio, cioè l’essere per l'uomo che noi conosciamo è Gesù Cristo, Dio regna sulla croce.

Allora chi è Dio? L'autentica esperienza di Dio non è prima di tutto una fede generica, nell'onnipotenza di Dio, questa sarebbe un pezzo di mondo prolungato. Piuttosto è incontro con Gesù Cristo, ma bisogna prendere coscienza che qui è avvenuto un rovesciamento, che Gesù esiste solo per gli altri. Nasce così un nuovo concetto di onnipotenza, che ritroveremo in anni successivi nel pensiero del filosofo ebreo Jonas. Il trascendere non è superare nella potenza, ma nell'auto svuotamento e nell'auto donazione. Gesù ha vissuto ai margini della società perbene, ha condiviso la vita di pubblici peccatori e ha portato avanti la sua esistenza nel segno della precarietà e del provvisorio. “Le volpi hanno una tana, gli uccelli un nido, ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo.” Mt.(8,20). Non è certo la tipologia di vita che qualcuno di noi augurerebbe al proprio figlio! Non a caso ad un certo punto della sua esistenza ha dovuto rivolgersi ai suoi più fedeli discepoli e chiedere loro: "Volete andarvene anche voi?"

Dio esiste nel centro dell'esistenza perché il suo permanere nel cuore dell'uomo è un permanere gratuito. La marginalizzazione di Dio nel mondo deve essere interpretata in analogia con la espulsione di Cristo dal mondo sulla croce. Cristo si lascia crocifiggere, Dio si lascia marginalizzare. Ora proprio l'essere per gli altri dell'uomo Gesù, costituito primogenito della nuova umanità, indica all'uomo della sequela la necessità di ritirarsi anche lui dal centro del mondo, di creare un nuovo spazio, uno spazio che può essere occupato da Dio, nella libertà del dono di sé. Solo quando la nostra fiducia, la nostra speranza, la nostra stessa essenza si ripongono in un Dio che non lascia sperare niente a proprio vantaggio, allora la nostra carità diventa veramente libera, quando ci è inutile. Allora anche la nostra preghiera diventa veramente libera e significativa; allora la nostra liturgia il riunirsi nella comunità in un ritrovo di uomini inutili, che sanno che, da servi inutili (Lc. 17,7-10), possono solo sperare nella salvezza che viene dall'alto, da colui che solo ha saputo farsi obbediente fino al completo, infinito, svuotamento di sé (si veda come, a tal proposito, anche il cardinale Martini il 5-12-1997 scrive: “servi inadeguati, non dobbiamo caricarci tutto il peso sulle nostre spalle: solo Dio salva e dà pace”).Di fronte alla parola, al volto dell'Altro, di colui che solo ha saputo essere per gli altri, noi ritroviamo la trascendenza e la possibilità di dire un Dio che sia significativo per l'uomo di oggi, mantenendo intatte, anzi in virtù proprio delle permanenti diversità.

Il 16 luglio 1944 Bonhoeffer scriveva: “essere cristiani non significa essere religiosi, significa essere uomini” e, nella lettera del 18 luglio 1944:

“Gli uomini vanno a Dio nella loro tribolazione, piangono per aiuto, chiedono

felicità e pane, salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte. Così fanno

tutti, cristiani e pagani.

Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione; lo trovano oltraggiato, povero,

senza tetto né pane. Lo vedono consunto dai peccati, debolezza e morte.

I cristiani stanno vicini a Dio nella sua sofferenza.

Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione; sazia il corpo e l’anima del suo

pane, muore in croce per cristiani e pagani e a questi e a quelli perdona.”

L'attentato al dittatore ebbe esito negativo il 20 luglio del 1944, con Dietrich già in carcere, e segnò la fine di tutti i cospiratori, giustiziati in vari campi. L'accusa divenne di alto tradimento, Bonhoeffer venne trasferito nel carcere della Gestapo sulla Prinz-Albrecht-Strasse; di lui, dall’ottobre in poi, sappiamo solo che fu trasferito in vari campi di concentramento, fino a quello di Flossembürg: è il periodo del silenzio. A Flossenbürg, all'alba di lunedì 9 aprile 1945 vennero giustiziati coloro che non dovevano assolutamente sopravvivere. Ricordiamo come una delle sue ultime poesie, uscite dal carcere berlinese e indirizzata all'amico Eberhard il 20 luglio 1944, si intitola Stazioni sulla via verso la libertà, e l'ultima stazione è appunto la Morte:

Vieni, ora, festa suprema sulla via verso la libertà eterna,

morte, spezza le catene e le mura pesanti

del nostro effimero corpo e della nostra anima accecata,

affinché finalmente scorgiamo ciò che qui non è dato vedere.

Libertà, a lungo ti cercammo nella disciplina, nell'azione e nella sofferenza.

Morendo, te riconosciamo ora nel volto di Dio.

Bibliografia:

Questa presentazione è stata costruita con attenzione: agli scritti di Italo Mancini su Bonhoeffer; alla sintesi del Pastore Stefano Mercurio della Chiesa Evangelica Metodista di PIACENZA “Dietrich Bonhoeffer: La vita e il Pensiero”; all’intervento del Cardinale Martini del 5-12-1997 per la festa di S. Ambrogio; al numero 443-444 (settembre – dicembre 2005) di TESTIMONIANZE, rivista fondata da Ernesto Balducci, che presenta una serie di interventi molto qualificati per il 60o anniversario della morte di D. Bonhoeffer.

Inoltre:

La Queriniana ha pubblicato l’Edizione critica delle opere di Dietrich Bonhoeffer, che permette di leggere tutte le opere, citate e non citate nella mia sintesi.